mercoledì, 13 giugno 2007 - 07:27


Nella foto:ritratto di Beatrice Cenci,di Guido Reni


La storia di Beatrice Cenci è una delle più tragiche del cinquecento,epoca di Rinascimento politico e culturale,in cui i vari stati italiani dettero il massimo dell’espressione nella pittura,nella scultura e nella scrittura.

E’ la storia di una sventurata ragazza,nata in una famiglia romana,quella dei Cenci.

Siamo nel 1598,l’ambiente è quello romano,in cui gravitano ricche e opulente famiglie della nobiltà,una chiesa che ha saldamente in pugno le redini economico-politiche sia della città che degli stati controllati,una borghesia emergente,che vive di riflesso le glorie e le fortune delle due componenti.

Francesco Cenci è un latifondista importante,che ha fatto fortuna in maniera spregiudicata,con mezzi discutibili e che ha dilapidato buona parte del patrimonio accumulato in bagordi,tangenti e gioco.

E’ un uomo violento e rozzo,cinico e brutale;aveva perso la prima moglie per complicazioni sopraggiunte durante il parto di due gemelli,e aveva sposato in seconde nozze una vedova con tre figli,Lucrezia Petroni.

Un uomo turpe,che aveva subito processi per sodomia,e che all’interno della famiglia era visto come un padre padrone,abituato ad abusare sessualmente anche dei figli.

In questo ambiente familiare così tetro e squallido,la giovane Beatrice cresce bellissima e infelice;

la sua unica compagnia diventa paradossalmente la matrigna,Lucrezia,anche lei costretta ad accettare ripugnanti atti sessuali e violenze da quel marito che probabilmente non ama,ma che una vedova nelle sue condizioni,in un’epoca di totale asservimento femminile al maschio dominante,non può permettersi di rifiutare.

Non bastassero gli abusi,le donne,a cui s’è aggiunta la figlia di primo letto di Lucrezia,anch’essa costretta a subire le attenzioni del patrigno,vivono una vita fatta di privazioni e segregazione.

L’uomo,come un sultano dell’harem,costringe ad una vita da recluse le donne,e ben presto le trasferisce nella rocca di Petrella,per sfuggire anche alle voci che ormai si diffondono sulle sue pratiche incestuose e abominevoli.

E’ proprio a Petrella che Beatrice conosce Olimpio Calvetti,un giovane che ben presto si innamora di quella ragazza triste e bellissima,e a cui confida il personale tormento.

Lontano da Roma,Francesco Cenci prosegue nella sua condotta immorale,coinvolgendo anche due dei suoi figli maschi in giochi perversi.

Così,ben presto,la misura raggiunge il colmo, Beatrice e Olimpio,con Giacomo e Lucrezia,iniziano a studiare un piano per eliminare Francesco.

La sera dell’8 settembre 1598 scatta la trappola;Olimpio,con l’aiuto di Giacomo,figlio di Francesco,e di un mezzadro della tenuta,Catalano,dopo aver versato dell’oppio in un bicchiere di vino e aver atteso che l’uomo cada in un sonno profondo,lo uccidono conficcandogli due chiodi nel cranio.

Dopo di che,spalancata la finestra della camera da letto,lo gettano giù,e tornano a dormire.

L’indomani il corpo venne ritrovato di sotto,nell’orto su cui era precipitato:vennero chiamate le guardie della città e venne stilato il rapporto.

Che,da subito,non convinse affatto gli inquirenti.

Venne avvisata la corte papale,e la Curia inviò,per conto di papa Clemente VIII,una squadra investigativa,che immediatamente si rese conto che non si trattava di una disgrazia.

Sul posto dove era precipitato l’uomo c’era poco sangue;nella sua camera da letto mancavano le lenzuola,che vennero ritrovate presso una lavandaia,che confermò i sospetti degli inquirenti.

A portarle a lavare era stata proprio Beatrice.

I quattro vennero arrestati e ben presto il Catalano rivelò i piani dell’omicidio.

Disse di essere stato contattato da Beatrice,che gli aveva esposto il piano,e che lui aveva accettato,essendo Francesco un uomo violento e malvagio,e che era restato colpito dalla figura dolente della ragazza,a tal punto da pensare di collaborare all’omicidio.

Naturalmente era una versione di comodo;in realtà Beatrice si era assicurata i servigi dell’uomo con la promessa di una somma che avrebbe versato subito dopo che i congiurati  avessero avuto la loro parte di eredità.

I partecipanti al delitto vennero arrestati e tradotti a Castel sant’Angelo,con l’eccezione di Olimpio,che riuscì a fuggire,ma che venne ucciso poco dopo.

Il Catalano rivelò tutto appena tradotto nella stanza di tortura;al pover uomo bastò semplicemente la vista degli strumenti di tortura per sciogliergli la lingua,e la sua testimonianza diventò la chiave del processo.

Gli inquirenti che indagavano però avevano bisogno della piena confessione degli imputati,e la cosa aveva aspetti scabrosi,essendo nobili,e quindi non sottoponibili a tortura.

Una bolla papale autorizzò il tribunale a praticare la tortura,e il primo a finire sotto i ferri fu Giacomo,che confessò tutto immediatamente.

Fu poi la volta di Lucrezia,che resistette qualche minuto al terribile supplizio della corda,e che poco dopo confessò tutto,accusando Beatrice di essere la vera ispiratrice e la mandante dell’omicidio.

Bernardo,il fratello minore che aveva partecipato all’omicidio senza però prenderne parte attiva,venne spedito in un carcere,avendo,all’epoca dei fatti,solamente tredici anni.

L’ultima a comparire davanti agli inquisitori fu la sventurata Beatrice,che si mostrò altera e risoluta,indispettendo così i giudici,che però cercarono di risparmiarle la tortura,invitandola a confessare.

La ragazza rifiutò,e negò disperatamente anche quando vide i suoi fratelli appesi per le braccia,urlare dal dolore.

Cedette quando venne a sua volta appesa per le braccia,e confessò tutto.

Con le confessioni degli imputati,il tribunale aveva tutte le carte in regola per decidere con facilità la sentenza da applicare.

Vennero ascoltati testimoni,che confermarono tutto quanto rivelato dagli accusati,gli stupri,le sevizie morali e materiali a cui erano sottoposti.

E forse la sentenza sarebbe stata differente se proprio durante i giorni del processo non si fossero verificati altri casi di parricidio.

Il papa decise che bisognava dare un esempio forte e definitivo,per porre un freno al dilagare degli omicidi in famiglia;così il tribunale,messo alle strette,condannò tutti alla pena capitale,con l’unica eccezione di Bernardo,che ebbe salva la vita.

L’undici settembre 1599 la carretta con i condannati giunse,stretta tra due ali di folla silenziosa,in piazza Castel Sant’Angelo.

Fu fatto scendere Bernardo,che venne obbligato ad assistere al supplizio;subito dopo toccò  a Lucrezia,che venne giustiziata dalla mannaia in stato di incoscienza;toccò poi a Beatrice,che con il viso pallido,ebbe tuttavia la forza di ravvivarsi i capelli,in un ultimo gesto di civetteria.

Un attimo dopo,a mannaia del boia troncò la testa della sventurata fanciulla,mentre i due fratelli,Giacomo e Bernardo urlavano per la disperazione.

L’ultimo ad essere decapitato fu Giacomo,che fino all’ultimo gridò che Bernardo era innocente.

I corpi dei condannati restarono sulla piazza fino a tarda notte,come ammonimento,per poi essere rimossi e inviati in vari posti per la sepoltura;Beatrice venne sepolta in un loculo nella chiesa di san Pietro in Montorio.

Nella foto:il tempietto del Bramante
a San Pietro in Montorio


Nel 1798 Roma era piena di truppe francesi.

Un giorno una delle soldataglie entrò nella chiesa di san Pietro in Montorio,mentre il pittore Camuccino lavorava ad un quadro all’interno della chiesa stessa.

Dobbiamo alla sua testimonianza se ci è arrivato il racconto dell’ultimo oltraggio subito dalla ragazza.

Sembra che i  soldati  fossero entrati in chiesa, alla ricerca di preziosi.

Aprirono alcune tombe,e fra esse quella di Beatrice Cenci;all’interno rinvennero un piatto d’argento,su cui era appoggiata una sacca nera,che conteneva il capo di Beatrice reciso dalla mannaia;gli uomini portarono via il piatto,non prima di aver gettato tra i rifiuti il cranio della giovane.

Nella foto:la chiesa di San Pietro in Montorio


Un ultimo oltraggio brutale e gratuito.

La pietà popolare iniziò a fare girare,da allora,una leggenda,che racconta come in alcuni giorni dell’anno sia possibile vedere lo spettro della fanciulla vagare alla ricerca del suo capo.

Un’ultima annotazione riguarda i due boia che eseguirono le condanne dei Cenci;uno di loro si uccise 15 giorni dopo,oppresso dai ricordi e dal rimorso per aver eseguito la condanna;l’altro venne ucciso un mese dopo durante un tentativo di rapina

 

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