martedì, 03 luglio 2007 - 07:31


Eliminare fisicamente il marito,l’amante o la moglie,un rivale in affari,un nemico di qualsiasi genere,senza lasciare tracce,in modo da non incorrere in pericolose indagini,che portavano spesso i malcapitati assassini,scoperti e identificati,sul patibolo.

Era sicuramente una delle occupazioni più intriganti di un intero mondo,quello della nobiltà,ma non solo.

Accadeva spesso che un certo tipo di trame venisse concepito anche nella buona borghesia,e,in qualche caso anche tra gli strati più popolari.

L’omicidio diventava quindi un’arte,l’arte di commettere il reato e distogliere da se le attenzioni degli inquirenti,in modo da realizzare il sogno di ogni criminale di tutti i tempi,l’omicidio perfetto.

E quale sistema poteva permettere il raggiungimento dei propri scopi se non quello che non lasciasse tracce visibili del crimine?

I veleni si prestavano benissimo al caso.

Un avvelenato però spesso mostrava i sintomi dell’ingestione di prodotti venefici.

Per cui era necessario trovare un agente chimico o naturale che non lasciasse tracce visibili di ingestione o che non evidenziasse,dopo il decesso,tracce o presenze all’interno degli organi.

Uno dei veleni più famosi,e che agli inizi del 600 divenne un autentico killer letale e silenzioso,fu l’acqua tofana.

Il veleno,ribattezzato così in memoria di Giulia Tofana,che fu la prima ad utilizzare la composizione chimica del veleno,era composto da una mistura letale di piombo,arsenico e belladonna.

Era pressoché inodore,agiva in modo velocissimo e soprattutto non lasciava tracce.

Giulia Tofana,che per prima lo utilizzò in larga scala,era una figlia d’arte.

Sua madre era Thofania d'Adamo,morta sul patibolo dopo essere stata riconosciuta l’autrice dell’avvelenamento del marito Francesco.

Da ragazza apprese i primi rudimenti della chimica da giovani farmacisti,che seduceva grazie alle sue arti amatorie,alla sua bellezza,che,stando ai racconti dell’epoca,era davvero notevole.

In breve tempo divenne padrona a tal punto della tecnica di preparazione dei veleni,da voler sperimentare una nuova formula che desse il massimo risultato con il minimo rischio.

L’esito fu soddisfacente a tal punto che divenne famosa in brevissimo tempo.

Molte persone della nobiltà,della borghesia,si recavano da lei per chiedere i suoi servigi,e la donna in breve tempo divenne molto ricca.

Una delle sue clienti fu sua figlia,che avvelenò il marito,del quale era stanca.

La fortuna di Giulia Tofana crebbe fino al giorno fatidico in cui una delle sue vittime designate riuscì miracolosamente a salvare la pelle.

L’uomo si recò dalle autorità della città e denunciò l’accaduto,con il risultato che si scatenò la caccia all’avvelenatrice.

Che riuscì a riparare in una chiesa,dove temporaneamente era in salvo,essendo un luogo interdetto alle autorità civili.

Ma venne catturata mentre tentava di fuggire e venne processata.

Durante il processo,invece di negare le imputazioni,raccontò spavaldamente di aver fornito alle donne romane e ad alcuni uomini,veleno necessari a causare la morte di seicento persone.

Venne condannata a morte con alcuni apprendisti e con alcune donne riconosciute colpevoli di aver avvelenato i loro mariti,e salì sul patibolo accompagnata dalla figlia,scoperta e condannata anch’essa.

La sua morte non mise fine al commercio della sostanza velenosa.

Al contrario,divenne uno dei veleni più utilizzati per gli omicidi,fino a quando la medicina non imparò a riconoscere,negli organi dei deceduti,la presenza del veleno.



 

 

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