venerdì, 29 febbraio 2008 - 15:44

C'è un termine,nella moderna criminologia,che definisce il massacro di più persone all'interno di uno stesso nucleo famigliare:mass murderer,che letteralmente si potrebbe tradurre come assassinio totale. Due fredde parole per indicare un crimine efferato. Come quello che sconvolse la pacifica Vercelli,laborioso centro del Piemonte,il 13 novembre del 1975,e che coinvolse un'intera famiglia di cinque persone: Sergio Graneris,45 anni,gommista,un uomo venuto su dal nulla,capace di far prosperare una piccola ditta artigianale e di accumulare una piccola fortuna; Italia Zambon,casalinga di 41 anni; i genitori di lei,Romolo Zambon di 79 anni e Margherita Baucero,di 76 anni; il piccolo Paolo Graneris,figlio di Sergio e Italia,13 anni. Un delitto atroce,perpetrato in una zona tranquilla,assolutamente scevra da comportamenti criminali così rilevanti. Un delitto che ebbe come protagonisti due giovani, Doretta Graneris,18 anni e Guido Badini,21 anni. Doretta era la figlia di Sergio e Italia, studentessa, un carattere non facile,ribelle,come può esserlo una ragazza che soffre moltissimo la mentalità provinciale della città nella quale abita, e che soffre soprattutto la differenza sociale con le amiche e compagne di classe. Guido Badini,21 anni, ragioniere disoccupato, una persona introversa,timida;orfano di padre,aveva la madre gravemente malata, e sfogava la sua solitudine imparando a sparare,cosa che faceva frequentemente nel poligono di Novara. Si conobbero,casualmente,il 31 dicembre del 1972,quando Sergio,invitato da suo zio Carlo,si recò a casa dei Graneris per festeggiare la fine dell'anno. Da quel momento il destino dei due si unirà indissolubilmente,intrecciandosi a quello degli altri protagonisti di questa storia,la famiglia Graneris e la famiglia Zambon. Sergio Graneris si è fatto da solo:contadino,poi camionista ed infine gommista, ha rilevato l'azienda dei suoceri,con i quali ha un ottimo rapporto,tanto da portarli a vivere con se,nella villetta che si è costruito a Vercelli,grazie ai proventi della sua attività. Che marcia speditamente,tanto da permettergli un tenore di vita tranquillo. Ma l'agiatezza non lo ha cambiato, tant'è vero che cerca di trasmettere a quella figlia un po' ribelle,Doretta,i suoi valori,il rispetto per il denaro. Ma la ragazza è insofferente:a scuola non è un gran che , studia svogliatamente; la vita di provincia la annoia e sogna la libertà, la ricchezza. Appena compie diciotto anni,va via di casa e sceglie di vivere con il suo fidanzato, quel Sergio conosciuto la vigilia di fine anno del 1972. I due vivono in ristrettezze economiche; lui è disoccupato, lei, che ha velleità artistiche, non collabora. La cosa finisce per ripercuotersi nei rapporti tra i due e la famiglia di lei. Nella mente dei due prende forma un'idea:procurarsi il necessario dalla famiglia di Doretta. E' sul patrimonio in genere che i due mettono gli occhi. Sanno che ci sono conti bancari, soldi in contanti, proprietà. Per quanto la famiglia Graneris non osteggi in alcun modo le sue disponibilità, c'è un ingente patrimonio che aspetta solo di essere afferrato. Ed è su quello che i due mettono gli occhi. Il piano inizia a delinearsi. Prima cosa, cercare qualcuno esperto di armi che sia in grado di fare il lavoro più sporco, in modo che Doretta e Sergio possano in qualche modo costruirsi un alibi. Cercano tra la malavita di piccolo cabotaggio, e dopo un paio di rifiuti, trovano la persona cercata: è Antonio D'Elia,un pregiudicato per stupro, che in passato è stato è stato anche l'amante di Doretta, con il consenso di Guido. Il "consenso" alla tresca da parte del giovane è anche un modo per convincere D'Elia a partecipare all'omicidio. Ma l'uomo ha dei dubbi, tentenna, e alla fine accetta di partecipare, ma solo come palo. La mattina del 13 novembre, tutto è pronto. Doretta, lasciata la casa del fidanzato, passa a prelevare Antonio ,e, assieme, si recano ad Arese, vicino Milano. Qui rubano, nel posteggio dell'Alfa Romeo, Una Simca 1300. Nel frattempo Sergio ha noleggiato una 500, e, giunti nei pressi di Vercelli,trasbordano tutti e tre a bordo della Simca, lasciando parcheggiata la 500. Guido e Doretta, arrivati in Via Caduti dei lager 9, dove sorge la villetta dei Graneris, lasciano di guardia, fuori, il D'Elia. Loro entrano con noncuranza. La famiglia è seduta davanti alla tv: stanno guardando un varietà televisivo, ma fanno posto ai due giovani. Seduti attorno al tavolo, discutono del dono di nozze di Sergio, alcuni lingotti d'oro promessi dal papa della ragazza. Loro li vorrebbero subito, Sergio esita. Quel giovane a lui e alla moglie non è mai piaciuto. Hanno subito la volontà della ragazza, passivamente, per non inasprire ulteriormente i rapporti, già tesi. La discussione finisce,e i Graneris riprendono a seguire lo spettacolo in tv. Da questo momento in poi la dinamica dei fatti, pur chiara nella sequenza, ha delle zone d'ombra. Non è mai stato appurato, con certezza, chi abbia sparato. Probabilmente Guido, che aveva una non celata passione per le armi,oltre ad essere sicuramente più esperto della ragazza. La calibro 7,65 spara, ed il primo a cadere è Sergio. Freddato,cade riverso sulla sedia. La signora Italia muove un passo verso i fidanzati, ma viene immediatamente colpita. Subito dopo tocca ai nonni, uno dietro l'altro, ferocemente. Il piccolo Paolo, sconvolto, si rifugia sotto il tavolo, ma Guido dapprima lo ferisce, poi, a bruciapelo,gli spara il colpo di grazia. Sono passati pochi minuti, e diciotto colpi di pistola hanno tragicamente messo fine all'esistenza delle cinque persone. Uscendo, Doretta guarda il cadavere del fratello, ma passa oltre. All'uscita della villa c'è il cane dei Graneris. Abbaia, quasi consapevole dell'accaduto. Viene abbattuto da un colpo di pistola. I tre si allontanano con la Simca, che bruceranno appena fuori città. Doretta e Guido lasciano Antonio, e si recano da Giorgio, un amico di Guido. Hanno bisogno di un alibi,e restano a casa di Giorgio per un'ora e 45minuti, dalle 21,45 alle 23,30. Come racconterà in seguito la famiglia dell'uomo, i due si comportavano normalmente,ridendo e scherzando. Il 14 novembre Maria Ogliano, 67 anni, si reca alla villa per vedere come mai Sergio, sempre puntuale, stia facendo tardi al lavoro. Sono stati i dipendenti dell'uomo ad allertarla . La donna entra nel giardino della villa, chiama ad alta voce, ma non ottiene risposta. Apre il portone e continua a gridare il nome del figlio. Dall'interno, si ode solo la voce della tv, rimasta accesa. Lo spettacolo che si para davanti agli occhi della povera donna è da girone infernale: i corpi delle 5 vittime sono riversi in posizioni diverse: Sergio è ancora sulla sedia, la sigaretta in bocca,il ragazzo è quasi sotto il tavolo. C'è sangue dappertutto, bossoli di pistola. La donna urla disperata,viene soccorsa. Le indagini stabiliranno che all'interno della casa erano custoditi valori di vario genere: ci sono soldi e preziosi un pò dappertutto. A Vercelli si diffonde immediatamente la notizia della strage, sconvolgendo tutti. Increduli, tutti si chiedono chi possa aver agito con tanta bestiale ferocia, con tale violenza. Ma si chiedono, soprattutto, perché. Le indagini scattano immediatamente, si cerca Doretta, unica sopravissuta. I Carabinieri la raggiungono a casa di Guido; loro non ci sono. Sono andati al bar, a fare colazione. I Carabinieri informano la ragazza della strage, ma lei reagisce compostamente. Troppo compostamente. Sembra quasi indifferente. Il loro comportamento insospettisce gli inquirenti, che indagano e scoprono che in casa di Guido ci sono molte munizioni, dello stesso calibro di quelle usate per il massacro. Non solo: nell'auto del Guido,una Opel,viene trovato un bossolo calibro 7,65. Senza pubblicizzare in alcun modo le indagini, i Carabinieri scoprono che qualcuno era al corrente di quello che i due preparavano. I sospetti si concentrano sui due giovani:non è un mistero che i due siano assetati di danaro,che amino le cose belle,che vogliano, in definitiva, di più. Gli inquirenti raccolgono testimonianze, prove. I due vengono convocati in questura, con la scusa delle indagini di routine. Qua vengono sottoposti invece ad un duro interrogatorio, che porta Doretta, dopo otto ore, a confessare. "Si,sono stata io",dice, "e ora finalmente sono serena. Li ho uccisi con le mie mani. Guido però non c'entra nulla." Una testimonianza sconvolgente. Doretta viene rinchiusa in prigione, e per vari mesi mantiene la sua versione dei fatti. Ma gli inquirenti non sono affatto sicuri che le cose siano andate così. Ci sono i 18 colpi sparati, pochi per una persona assolutamente all'oscuro di come si usi un'arma da fuoco; ci sono contraddizioni sulle versioni fornite durante gli interrogatori,i conti non tornano. Dal carcere Doretta scrive lettere infuocate al suo Guido. Ma con il passare del tempo qualcosa cambia nel rapporto tra i due. La donna apprende che Guido, durante le deposizioni, ha scaricato su di lei e su Antonio D'Elia la responsabilità del massacro. "Sono stati loro due, erano amanti. Io volevo bene ai Graneris, non avrei mai fatto loro del male. Ho taciuto perché avevo paura che mi facessero fare la stessa fine", racconta il Guido ai magistrati. Per Doretta è un colpo terribile. Si arriva al processo, con i due ex amanti che ora si scambiano accuse terribili. "E'stato lui a organizzare tutto, voleva che io fossi l'unica erede dei miei, mirava al nostro patrimonio",accusa la donna Poi, arriva il colpo di scena. "Sono stato io, ho fatto tutto da solo", racconta Guido," avevo paura di perderla, e poi, uccidendo i suoi, saremmo stati uguali", dice l'uomo, riferendosi alla comune situazione di orfani. Subito dopo c'è un altro colpo di scena, con Doretta che racconta in aula l'omicidio di una prostituta, prova generale per il massacro avvenuto dopo. I giudici non abboccano. Il tentativo, palese e ingenuo, è quello di sperare in una infermità mentale. Sottoposti a perizia psichiatrica, i due vengono dichiarati capaci di intendere e di volere. Per lei i medici parleranno di immaturità,per lui di una predisposizione alla menzogna. Ma i due sono sani di mente. Sono due bugiardi, certo, ma "normali". Viceversa per D'Elia, il palo, c'è la seminfermità mentale. Per lui,che non ha sparato,ci sono le attenuanti. La tattica delle accuse a vicenda, del reciproco ritrattare per poi confermare e ritrattare ancora, non basta ai due amanti diabolici per cambiare il verdetto. Che è duro, ma giusto: ergastolo per Doretta e Guido, 22 anni per D'Elia. Ci sono anche altre due condanne, per due persone che hanno fornito la benzina per distruggere la Simca e che erano a conoscenza del tentativo criminoso: entrambi saranno condannati a 15 anni di galera. Dieci ore di camera di consiglio per il verdetto. Che stabilisce anche una pena di un anno e mezzo di isolamento diurno per Guido, e 5 anni di casa di lavoro per l'omicidio di una prostituta. Il 17 novembre 1975,in una Vercelli imbiancata, c'erano stati i funerali delle 5 sfortunate vittime. Migliaia di persone si erano strette attorno ai feretri della famiglia Graneris, attorno alle due bare dei coniugi Zambon. Per Doretta e Guido iniziava, invece, il lungo periodo della detenzione. Che si interrompe, per la donna, nel 2000, quando il tribunale di sorveglianza le concede la possibilità di usufruire di cinque anni di libertà vigilata,con l'obbligo di restare in casa dalle 22,30 della sera alle 7,30 del mattino. Doretta è una donna diversa, trent'anni dopo. Non parla di quell'esperienza terribile, vuole solo dimenticare e se possibile essere dimenticata. Oggi è una donna libera. La giustizia degli uomini,che l'ha condannata, le permette di riprendere a 53 anni, una parvenza di vita normale. Eppure, nelle fredde testimonianze dell'epoca, nella lettura degli atti processuali come della cronaca degli avvenimenti, c'è come un sinistro monito, mai effettivamente raccolto. Il monito di una società che mostrava già la pericolosa tendenza al cedimento verso i falsi miti del possesso, dell'avere ad ogni costo, della mancanza di equilibrio e di valori di riferimento. Un problema quanto mai attuale,oggi, in una società che ha mostrato altri fatti di sangue efferati, e in cui i mass murderer si sono moltiplicati, tragica dimostrazione di come ne la repressione,ne la comprensione del problema, abbiano permesso di porre un punto fermo per evitare il ripetersi di questi fatti tragici. La notizia della liberazione della donna ha scatenato un vespaio di polemiche. Inevitabili. C'è chi si chiede come sia possibile che l'autrice di una strage possa, anche se solo dopo 30 anni, uscire di galera. C'è chi si chiede fino a che punto il perdono sia una cosa giusta. E c'è chi si chiede quale esempio venga dato per scoraggiare il ripetersi in futuro di fatti così tragici. Alla fine, la domanda che resta diventa sempre la stessa. E' il perdono l'arma giusta di una società civile? E' lecito perdonare? Domanda probabilmente senza risposta.
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caso graneris
martedì, 26 febbraio 2008 - 09:10

Gravina,la casa del rinvenimento dei corpi
Gravina in Puglia è un grosso centro agricolo a circa 60 km da Bari,uno dei rari comuni dell’ovest barese,confine naturale con la Basilicata.
Un paesone,isolato dai grandi centri urbani;l’unica città nelle vicinanze è Matera,a circa 20 km.
E’ balzata agli onori della cronaca nel giugno del 2006,quando sparirono due fratellini,Ciccio e Tore,come li chiamavano affettuosamente amici e parenti.
Di loro non si è saputo più niente,sembravano spariti nel nulla,almeno fino a ieri.
Fino a quando,cioè,una pura casualità ha permesso quanto meno di sapere dove purtroppo erano finiti:in una cisterna d’acqua piovana,una di quelle che si usavano anticamente in una zona in cui l’acqua è un bene primario e prezioso.

Una casualità.
Un ragazzino,giocando,precipita proprio in quel pozzo,cade da un’altezza di venticinque metri:se la caverà con tanto spavento e due gambe rotte,ma diventerà anche l’involontario mezzo che permetterà di far luce su uno dei misteri insoluti di questi anni,la sparizione dei due fratellini.
Ieri sera un’insolita animazione pervadeva le strade del centro cittadino:la notizia dell’accaduto si è diffusa in un lampo,e sono state centinaia le persone che sono accorse nei pressi della vecchia costruzione.
Un edificio abbandonato,recintato e chiuso da cancelli con lucchetti.
Ma i ragazzini,come tutti sappiamo,adorano questi luoghi un po’ misteriosi e un po’ tetri,muti testimoni di un passato sepolto.
E da anni hanno trovato il sistema per entrarci.
Qui sorge già il primo interrogativo:tutti sapevano che i ragazzini usavano quello stabile disabitato.
Possibile che nessuno si sia ricordato della presenza dell’imbocco del pozzo incustodito?
A nessun genitore è venuto in mente che un posto così poteva nascondere delle insidie?
Sembrerebbe di no.
Il ragazzino che è precipitato nel pozzo ha avuto sicuramente la buona ventura dalla sua;una caduta di 25-30 metri spesso è fatale.
E ha avuto fortuna anche nell’essere rintracciato molto velocemente.

Nella foto:Interno della casa
La presenza dei poveri resti dei due ragazzi apre ovviamente scenari complessi.
Ovviamente parlare sul nulla,prima cioè che gli inquirenti abbiano stabilito se sia stata una disgrazia o un duplice omicidio,è soltanto esercizio di stile.
Possiamo solo accampare ipotesi e ragionare su di esse.
La sera in cui spariscono,i due ragazzini sono reduci da una discussione con il padre,che ha vietato loro espressamente di uscire di casa.
I due,viceversa,ignorano il divieto.
Quanto è possibile che decidano di andare a giocare in uno stabile abbandonato dopo le venti di sera orario in cui vennero avvistati per l’ultima volta?
Come può essere accaduto che siano caduti tutti e due nello stesso pozzo?
Solo fatalità? Uno dei due è caduto prima e l’altro ha cercato di soccorrerlo ed è precipitato a sua volta?
Francamente appare poco probabile.
Il che presupporrebbe una dinamica diversa è un’ipotesi di omicidio.
Qualcuno uccide i due ragazzi,li porta su e li getta nel pozzo,sicuro che non verranno mai trovati.
Però questa ipotesi lascia aperta la strada a numerose domande.
L’assassino uccide i due ragazzi,li porta fino in centro città;supera notevoli difficoltà,non ultima quella di essere visto,si carica uno alla volta i cadaveri in spalle,sale le scale fino al tetto,getta il primo giù,ridiscende,rifà lo stesso con il secondo corpo,e alla fine va via.
Quanto è possibile che le cose siano andate così?
Al momento queste sono solo ipotesi.
L’autopsia dei poveri resti ci dirà come sono andate le cose.
Resta solo,al momento,la certezza dell’incredibile dinamica dei fatti di ieri pomeriggio.
Resta anche una certezza per i genitori.
I loro figli,purtroppo,sono morti entrambi.
Fino a ieri sera potevano avere l’illusione che si fossero allontanati volontariamente,o che fossero stati rapiti.
Ora,purtroppo,hanno solo delle certezze.
giovedì, 21 febbraio 2008 - 07:21
Anche se potrò aggiornarlo solo settimanalmente,ritorno ad occuparmi del mio blog.
Ringrazio coloro che hanno scritto,in pubblico e in privato,e che hanno testimoniato un affetto che ho sentito veramente vicino.
PaulTemplar
Archimede
L’assedio di Siracusa del 212 Ac da parte dei romani costò la vita ad uno dei più grandi geni dell’umanità,Archimede.
Sulla sua morte le versioni sono contrastanti,pur arrivando dai più grandi storici latini,come Polibio,Tito Livio e Plutarco.
Dice Plutarco,nel suo capitolo 19 delle Vite parallele,dedicata al condottiero romano Marcello,l’uomo che espugnò Siracusa:
“Ma più di tutto Marcello fu addolorato dalla sventura che toccò ad Archimede. Per una malaugurata circostanza lo scienziato si trovava solo in casa e stava considerando una figura geometrica, concentrato su di essa, oltreché con la mente, anche con gli occhi, tanto da non accorgersi che i Romani invadevano e conquistavano la città.
Ad un tratto entrò nella stanza un soldato e gli ordinò di andare con lui da Marcello. Archimede rispose che sarebbe andato dopo aver risolto il problema e messa in ordine la dimostrazione. Il soldato si adirò, sguainò la spada e lo uccise.
Altri storici narrano il fatto diversamente. Dicono che il romano si presentò già con la spada in pugno, pronto per ammazzarlo, e che Archimede, appena lo vide, lo pregò di aspettare un istante, affincé non lasciasse incompleto e privo di dimostrazione ciò che cercava; ma il soldato senza tanti complimenti finì lui.
Secondo una terza versione alcuni soldati incontrarono per strada Archimede, mentre stava portando a Marcello uno strumento scientifico, composto di meridiane, sfere e quadranti, mediante i quali si misurava a vista la grandezza del sole, dentro a una cassa. I soldati pensarono che avesse con se dell'oro, e lo uccisero.
Tutti gli storici sono però concordi nel dire che Marcello fu molto addolorato dalla sua morte e ritrasse lo sguardo dall'uccisore, quando gli si presentò, come se fosse un essere contaminato. Trovati poi i suoi parenti, li onorò.”
Quindi Plutarco cita tre diverse versioni dello steso fatto,non avendo assistito all’episodio,ma avendo appreso la notizia da altre fonti.
Cicerone,il grande oratore latino,ci racconta di come abbia in seguito trovato la tomba del grande inventore,nel suo Tuscolanae Disputationes:
“Quando ero questore scopersi il suo sepolcro, tutto circondato e rivestito di rovi e pruni, di cui i Siracusani ignoravano l'esistenza, anzi escludevano che ci fosse. Ricordavo alcuni senari di poco conto, che sapevo trovarsi iscritti sulla sua tomba: dicevano che sulla sommità del sepolcro era posta una sfera con un cilindro. Un giorno scrutavo ogni angolo con lo sguardo (fuori della porta sacra a Ciane c'è un gran numero di sepolcri) e scorsi una colonnetta che non sporgeva molto dai cespugli, su cui stava l'effigie di una sfera e di un cilindro. Subito dissi ai Siracusani (si trovavano con me i più ragguardevoli cittadini) che pensavo si trattasse proprio di ciò che cercavo. Si mandò molta gente con falci e il luogo fu ripulito e sgombrato. Quando fu aperto l'accesso, ci avvicinammo al lato frontale del piedistallo: si vedeva un'iscrizione quasi dimezzata, in cui i versi si erano corrosi verso la fine di ciascuno. Così una fra le più celebri città della Grecia, e una volta anche fra le più dotte, avrebbe ignorato l'esistenza della tomba del suo più geniale cittadino, se non gliel'avesse fatta conoscere un uomo di Arpino.”
Anche Plutarco cita la tomba di Archimede:
“Molte e mirabili furono le scoperte che egli fece; ma sulla tomba pregò, si dice, gli amici e i parenti di mettergli, dopo morto, un cilindro con dentro una sfera, e quale iscrizione la proporzione dell'eccedenza del solido contenente rispetto al contenuto.”
Moriva così,in maniera banale,un uomo straordinario,che era riuscito con la sua perizia a fermare gli attacchi della poderosa macchina bellica romana che,va detto per inciso,entrarono in Siracusa non per merito loro,ma grazie al tradimento di una parte di cittadini,stanchi del lungo assedio a cui erano sottoposti da mesi.
La città venne depredata dai soldati romani,e Marcello,carico di oro,potè sfilare in trionfo per le vie di Roma.
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archimede
mercoledì, 06 febbraio 2008 - 13:26
Per motivi personali,questo blog non verrà aggiornato.
Non è un addio,spero possa essere un arrivederci.
Ringrazio tutti gli amici che mi hanno seguito,per l'affetto che mi hanno mostrato.
Paul Templar
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martedì, 05 febbraio 2008 - 15:53

Pianta della tomba KV5
Molto di quello che conosciamo della civiltà egizia è anche frutto del lavoro di appassionati e studiosi,non necessariamente archeologi.
Sono quelli che il mondo scientifico ha sempre chiamato,con una nota di scherno,i dilettanti.
E’ il caso,per esempio,dello scozzese Robert Hay,che per dieci anni,dal 1824 al 1834,girò in lungo e in largo l’Egitto,affascinato dagli scritti di Giovanni Belzoni,un altro dei dilettanti che con un po’ di fortuna,e con molto fiuto,fecero scoperte determinanti per la conoscenza della civiltà egiziana.
Hay,che viveva in pratica in una tomba usata come dormitorio,quella di Ramsete IV,fece una serie straordinaria di litografie,grazie alle quali oggi possiamo conoscere monumenti o iscrizioni andate perdute.
Un altro dilettante fu James Burton,che giunse in Egitto come consulente minerario,e che scoprì,viceversa,di provare un’attrazione fatale per l’Egitto.
Fu lui a scoprire,casualmente la tomba KV5,nella valle dei re,e lasciò testimonianza di questo e della sua conoscenza dei geroglifici in un volume,l’Excerpta Hieroglyphica,opera determinante ,assieme ai suoi disegni e alle sue piantine,per la conoscenza sia della tomba che di altri monumenti.

Portò via,dall’Egitto,un buon numero di manufatti,che fu costretto a vendere per far fronte ai debiti.
Burton,senza volerlo era penetrato nella tomba di Ramsete II,il più famoso,se non il più grande dei faraoni dell’antico Egitto.
Da un certo punto di vista fu sfortunato:la tomba era cola di detriti,e lui potè solo visitare 9 delle tantissime camere che facevano parte della costruzione.
Ostacolato dalla massa di detriti,non si accorse che le camere erano decorate,tant’è vero che la considerò solo come un zona destinata al materiale di risulta.
Fu Kent Weeks, un altro archeologo,alla fine dell’ottocento,a scoprire la portata del rinvenimento:il sito era molto più grande del previsto,ma la cosa non andò avanti,per problemi di natura tecnica.
Tuttavia l’equipe guidata dall’archeologo,riuscì a capire che si trattava del complesso funerario che Ramsete II aveva dedicato alla sua sterminata famiglia.
Cosa che apparve più chiara e in tutta la sua sorprendente storia nel 1995,quando altri archeologi,liberando una camera,si ritrovarono con stupore in una stanza lunga sessanta metri,dalla quale di diramavano dozzine di celle;ad oggi si è scoperto che ci sono almeno 160 stanze,e che liberando altre zone potrebbero essere rinvenute non meno di altre 40 stanze.
Una riscoperta quindi.
Un complesso funerario imponente,creato da Ramsete,per i suoi figli e per le sue figlie,di cui,ancora oggi,non conosciamo tutti i nomi.
Molti di loro morirono prima del padre,che visse dal 1297 Ac al 1213,quindi per ben 84 anni,un record assolutamente straordinario,come straordinaria fu la durata del suo regno,65 anni.
Alcuni li conosciamo per le loro gesta,come Nebenkhurru,che comandava le truppe egiziane e che combattè nella battaglia di Kadesch;come Meryamun,altro guerriero che accompagnò il padre nella stessa battaglia,uno dei pochi di cui venne rinvenuto qualcosa nella tomba KV5,e nello specifico i 4 vasi Canopi;o come Meryre I,figlio del grande sovrano e della bellissima Nefertari.
La tomba KV 5 è quindi il risultato di un profondo segno di affetto di un padre verso i suoi figli.
Un grande faraone,che costellò l’Egitto con una miriade di costruzioni,fra le quali il Ramesseum e Abu Simbel,volle quindi onorare la sua famiglia con una costruzione gigantesca.
Se le tombe dei figli vennero saccheggiate già in epoca lontanissima,non capitò di meglio a lui.
La sua tomba,che probabilmente conteneva una miriade di manufatti e un importante tesoro,denominata KV7,venne saccheggiata poco tempo dopo la sua morte.
Era conosciuta già in tempi antichi,e molti viaggiatori dell’antichità ne descrivevano la magnificenza.
A salvarsi fu però la sua salma;alcuni sacerdoti,per preservarla dai predatori di tombe la inumarono in un nascondiglio presso Dehir el Bahri,assieme ad altri corpi.
Ed è la che venne scoperta da Gaston Maspero,che indagava su una famiglia di predatori di tombe (vedi articolo correlato)
misteriemisteri.splinder.com
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tomba kv5
domenica, 03 febbraio 2008 - 17:23

Betsabea,di Francesco Hayez
La figura di Betsabea è presente nella Bibbia,con un ruolo decisamente importante dal punto di vista morale.
Rappresenta,infatti,il peccato della carne,che arriva a commettere atti inumani per soddisfare la propria concupiscenza.
Davide,re d’Israele,era solito guardare dalla sua terrazza i suoi possedimenti.
Un giorno il suo sguardo si posò sulla bellissima moglie di uno dei suoi uomini più fidati,Uria,che era in campagna di guerra per conto del suo re.
Davide la volle assolutamente conoscere,e di li a poco iniziò con la donna una relazione adulterina.
Betsabea rimase incinta,e quando ritornò il marito,Davide cercò in tutti i modi di convincerlo a giacere con la moglie.
Ma l’uomo rifiutò.
Così Davide lo spedì in una pericolosa campagna,destinandolo alle pri