giovedì, 31 maggio 2007 - 07:07



Per parlare della setta degli assassini e del loro capo,chiamato dai musulmani Capo della montagna e dai crociati con la variante Vecchio della montagna,occorre necessariamente parlare della frattura religiosa che segui la morte del profeta Maometto.

Le divisioni che frantumarono quanto il profeta si era sforzato di unire furono essenzialmente politiche,prima che religiose.

La parte predominante dei fedeli seguì l’ideologia sunnita,anche se effettivamente è incorretto parlare di ideologia,in quanto si trattava di una corrente politico religiosa che affermava di essere l’unica legittimata alla successione del profeta.

Una parte minoritaria era composta da sciiti,confessione che si ispirava alla corrente politica che discendeva da Ali,genero di Maometto;al suo interno c’era un’altra corrente,gli ismailiti,che si considerava a sua volta l’unica vera depositaria degli  insegnamenti del profeta,e venerava come settimo profeta Ismail,un teologo vissuto nell’VIII secolo, di cui attendevano il ritorno.

Un guazzabuglio dottrinale abbastanza incomprensibile,se si tiene conto che spesso le differenziazioni tra le varie dottrine erano veramente minime.

All’interno degli ismailiti si costituì una setta,intransigente e fanatica,comandata dal  Shakik al Giaba,il capo della montagna,che verrà chiamato da crociati e cristiani il vecchio della montagna.

Non un unico personaggio,come vedremo,ma una specie di carica elettiva,che si trasferiva di capo in capo,in assoluta segretezza,quasi per voler testimoniare una sorta di immortalità del capo.

Il più importante dei capi fu Hasan ibn Al Sabbah,colui che rese tristemente famosa la setta e che ne fece lo spauracchio di cristiani e musulmani.

La sua prima intuizione,geniale,fu quella di dotare la setta di rifugi assolutamente inviolabili;il più famoso era il rifugio dell’aquila,a Alamuth,una piccola città arroccata su una montagna assolutamente inespugnabile.

Non fu l’unico rifugio della setta,che aveva altre rocche della stessa natura sparse un po’ dappertutto,da dove uscivano,perfettamente indottrinati e addestrati,gli assassini.

Che presero probabilmente il nome da una loro caratteristica peculiare,assumere dosi di hascisc che servivano da un  lato ad allentare i freni inibitori,dall’altro a fornire maggiore resistenza fisica,capacità di resistenza al dolore e infine una cieca  e totale obbedienza agli ordini del capo.

Che,narra la leggenda,dopo aver reclutato con le buone o con le cattive la manovalanza necessaria,imbottiva i giovani di oppio e di hascisc,li trasportava in un giardino lussureggiante di vegetazione e popolato da splendide fanciulle per poi privarli all’improvviso di tutto ,lasciando in essi la nostalgia per quel mondo incantato.

Che,spiegava il vecchio della montagna,era il paradiso che attendeva chiunque si fosse immolato in nome di Allah.

Una leggenda che forse tale non era,visto che Marco Polo,nel suo Milione,raccontava che i ragazzi venivano portati in “un giardino dove non entrava niuno che non colui che egli voleva fare assassino. All’ entrata del giardino c’era un castello cosi forte che non temeva niuno uomo al mondo. Lo veglio teneva in sua corte i giovani di dodici anni, che gli paressero poter diventare prodi uomini. Quando lo veglio ne faceva mettere nel giardino a quattro, a dieci a venti, egli li faceva bere oppio e quegli dormivano ben tre di, e li faceva portare nel giardino, e li svegliare….

Fatto sta che presto il vecchio della montagna si trovò a disporre di un nutrito gruppo di seguaci dalla fedeltà assoluta e dalla ferocia più estrema.

La fama della setta si sparse immediatamente per il medio oriente;una serie di omicidi riusciti accrebbe il terrore e il rispetto verso gli adepti,che ben presto arrivarono a minacciare gli interessi cristiani in Terrasanta.

I tentativi di assaltare la rocca principale,Alamuth,si risolsero in un fallimento;in particolare ci fu un califfo che rinunciò ad ogni velleità il giorno che si trovò,sotto il cuscino,un pugnale della ti setta,segno inequivocabile della presenza,tra la corte dello stesso,di adepti della setta stessa.
Il vecchio e i suoi assassini non vanno però considerati come dei volgari killer prezzolati;come detto all’inizio,era fortissima la connotazione religiosa,ed era sicuramente la molla principale che muoveva le loro azioni.

Il vecchio della montagna non inseguiva il successo personale o la ricchezza;il denaro che la setta otteneva per i suoi servigi, spesso anche solo come “tangente”per evitare guai maggiori,era utilizzato dalla stessa per indottrinamento e per le spese di mantenimento del piccolo esercito che lo componeva.

Ben presto il raggio d’azione si allargò;ne fece le spese,per esempio, Corrado di Monferrato, re di Gerusalemme,che venne ucciso da due sicari.

Catturati,vennero riconosciuti come due convertiti al cristianesimo

Sotto tortura,raccontarono di essere stati assoldati da Federico Barbarossa,nemico giurato di Corrado.

Una versione probabilmente pilotata dal vecchio della montagna,che aveva tutto l’interesse a mantenere ostili i rapporti fa le varie componenti cristiane,da sempre preda di diffidenze reciproche.

La morte di Corrado rappresentò la punta più alta della strategia della setta;la morte di Hasan,avvenuta poco tempo dopo,segnò anche l’inizio del declino della stessa.

Non prima di altri colpi spettacolari,come l’attentato a Raimondo, figlio di Boemondo IV di Antiochia,il tentativo di ricatto nei confronti di Luigi il santo e nei confronti dello stesso saladino,che riuscì a scampare miracolosamente ad un loro attentato.

Restarono misteriosamente fuori dagli obiettivi della setta gli ordini monastico-guerrieri,come gli Ospitalieri,i Teutonici e i Templari.

Questi ultimi ebbero sicuramente rapporti privilegiati con il vecchio della  montagna,rapporti oscuri ma testimoniati,per esempio,dall’introduzione tra di loro dell’idolo pagano Baphomet,che sarà uno dei motivi trainanti del futuro processo all’ordine.

Cosa portò i Templari a questa connivenza con saraceni nemici della cristianità è un enigma storico mai risolto.
Probabilmente influì la politica del farsi amico del proprio nemico in una sorta di non belligeranza che accontentava tutti;o forse i templari riuscirono,in qualche modo,a “proteggere” il vecchio e la sua setta dagli attacchi dell’esercito cristiano.

Forse ci furono connivenze in cui non era estraneo il fortissimo potere economico dell’ordine,o ancora qualche segreto innominabile;il fatto indiscutibile è che Teutonici,Templari ed Ospedalieri non ebbero mai problemi con il Vecchio della montagna,e viceversa.

Gli ultimi colpi della setta,di una certa rilevanza,furono  l’attentato ad Edoardo d’Inghilterra e l’uccisione di Filippo di Monfort;dopo di che,lentamente,gli omicidi politici iniziarono a diminuire.

Il motivo è da ricercare nell’invasione mongola,che agì come una nube di cavallette su un campo di grano;molti adepti vennero catturati e passati per le armi,mentre le loro rocche,ad una alla volta,cadevano.

Il colpo di grazia lo inferse il sultano d’Egitto Baybar,che sgominò completamente la setta,distruggendo le ultime roccaforti della setta degli assassini.

La loro parabola giunse così al termine,lasciandosi alle spalle una scia impressionante di assassinii,compiuti in tutti i campi e tra tutte le confessioni,tra re e nobili,sultani e governatori.

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In ---> setta assassini
mercoledì, 30 maggio 2007 - 08:35


Quando il 17 marzo ho scritto il primo articolo del blog,a tutto pensavo tranne che al counter delle visite.
Un blog è una scommessa,in cui non rischi nulla,se non un pizzico di delusione se resta deserto.
In piccolo,un pò come un programma televisivo che venga visto solo dall'autore e dalla sua famiglia,con uno share prossimo allo zero.
In un blog non ci sono soldi ad attenderti,non c'è la fama o la gloria.
C'è solo una personale soddisfazione per quello che riesci a comunicare.
Oggi il counter segna 10.000 visite in 73 giorni.
Un risultato non solo imprevisto,ma assolutamente insperato.
Ovviamente devo ringraziare tutti.
Sopratutto gli amici di penna che hanno la bontà di seguirmi,in un piccolo viaggio attraverso la storia,alla ricerca di fatti e personaggi,fatti alle volte un pò noiosi,alle volte affascinanti.
Metafora del quotidiano,in pratica.
Basta con il pistolotto e guardiamo avanti,non prima però di aver ringraziato anche coloro che arrivano qui dai motori di ricerca,e che spero trovino una piccola risposta a quanto chiesto.
A tutti voi,comunque,indistintamente,grazie.

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In --->
mercoledì, 30 maggio 2007 - 07:53



Per la chiesa cattolica l’esempio di San  Francesco,la sua dottrina,fatta di cose semplici,di povertà,di rifiuto del superfluo e di valorizzazione della persona,creò più problemi che vantaggi.

La chiesa sembrava essersi estraniata dalla vita comune,persa dietro falsi ideali,molto lontana dalla chiesa delle povere cose degli sordi.
I palazzi papali erano scintillanti,i vescovi e i cardinali vivevano vite poco consone al loro ministero,così come anche nelle piccole parrocchie qualche prete violava i principi della dottrina.

Nacquero così  numerose sette ,ispirate spesso proprio da ex sacerdoti cristiani,disgusati dal cattivo esempio della chiesa di Roma,o semplicemente in disaccordo con la dottrina ufficiale.

Uno dei movimenti più importanti,alternativi alla chiesa di Roma fu quello degli Apostolici,fondato da Gherardo Segarelli;in pratica questo movimento non si discostava di molto da quello francescano,visto che predicava povertà,uguaglianza e fratellanza.

Predicava però l’amore libero,la disobbedienza al papa di Roma,cose assolutamente non tollerate dalla dottrina ufficiale.

Contro Segarelli venne mandato un piccolo esercito,che lo catturò e lo arse sul rogo.

Tra i seguaci di Gherardo c’era un frate di nome Dolcino,di cui non conosciamo ne le origini ne la data i nascita.

Dolcino,uomo umile e dalla parlata magnetica,era stato tra i promotori della predicazione di Gherardo;era riuscito miracolosamente a scampare alla cattura,e si era rifugiato nella vicina Dalmazia,in compagnia della sua bellissima compagna Margherita,donna dal grande fascino,e di Longino,suo fido braccio destro.

Dolcino ritornò in Italia e riprese la sua predicazione,che ben presto venne vista con sospetto dal clero.

Che non agì immediatamente.

Dolcino commise un errore gravissimo;nelle sue predicazioni non si limitò a proporre il suo modello di fede,ma iniziò ad attaccare anche l’ordine feudale,dando così una connotazione anche politica alla sua predicazione.

I feudatari capirono la minaccia insita nelle parole del frate,e,in comune accordo con Papa Clemente V,misero immediatamente su un vero e proprio esercito per fermare la massa dei “rivoltosi”,che probabilmente era composta da migliaia di persone.

Contemporaneamente il papa promulgò una bolla con la quale rimetteva i peccati di coloro che avessero impugnato la spada in difesa della vera dottrina.

Nel 1307 l’esercito,guidato dal vescovo di Biella Raniero,distrusse quasi totalmente la massa de contadini,artigiani e poveracci che componeva la sgangherata armata di Dolcino.

Quasi tutti vennero massacrati,con l’eccezione del frate,di Margherita e di Longino.

Dolcino e i suoi compagni di sventura,dopo un processo sommario,vennero condannati al rogo per eresia;Margherita e Longino vennero arsi vivi vicino Biella,sul greto di un torrente che scorreva a poche centinaia di metri dalla città.

Lo sventurato frate fu costretto ad assistere all’esecuzione,durante la quale non smise mai di rincuorare l’amante e il compagno di predicazione.

La sua sorte,invece,fu ancora più dura.

Da Roma arrivò l’ordine di giustiziare il frate dopo la tortura,a perenne monito del pericolo che correva chi andava contro la dottrina della chiesa.

A Dolcino,nel corso dele tremende sedute di tortura,vennero strappate le dita,il naso e i genitali.

Dopo di che venne inviato al rogo.

Lui sopportò tutto con stoicismo,senza gridare e senza chiedere pietà.

Salì sul rogo per mano di papa Clemente V,lo stesso papa che mandò al rogo Jaques de Molay e Geoffroy de Charny,gli ultimi maestri templari.

L’eresia dolciniana,lungi dall’essere stroncata,prese più vigore,anche se i suoi fedeli divennero più cauti.

Ancora oggi sono numerosi i seguaci del predicatore che ebbe il trto di dichiarare che gli uomini sono tutti uguali,e che Cristo era nato povero e morto povero.

Un destino che avrebbe condiviso con molti altri predicatori,passati alla storia come “eretici”

 

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In ---> fra dolcino
martedì, 29 maggio 2007 - 07:09


Questa è la storia di un re che è diventato famoso per aver istituito il processo più discutibile della storia,di un re che commise tali e tante infamie da essere alla fine esumato dal suo sarcofago e gettato tra la polvere.

Filippo IV il bello,l'infamia di un re


Filippo IV,re di Francia ,sale al trono dopo la morte del padre,Filippo III.

E’ un uomo scaltro,intelligente,privo di scrupoli.

Politicamente è abilissimo,e lo dimostra da subito sposando, nel 1284 Giovanna, regina di Navarra e contessa di Champagne,e inglobando nel regno i possedimenti della moglie.

La stessa scaltrezza la mostra nella scelta degli amministratori finanziari del regno,e tutto lascerebbe pensare,agli inizi,che il suo sarà un regno di prosperità per la Francia.

Viceversa ,le scelte azzardate in politica estera si tramuteranno in un disastro soprattutto economico per i francesi,trascinati in guerre con l’Inghilterra,con le Fiandre e con gli Aragonesi,durante la campagna italiana che era stata originata dall’episodio dei famosi Vespri siciliani.

La politica estera bellicosa del re,con guerre continue contro i nemici citati,crearono da subito grossi problemi economici al re,che una prima volta risolse il problema diminuendo il tenore d’oro nelle monete,cosa che gli valse il poco nobile appellativo di re falsario.

Questa mossa non sortì praticamente alcun effetto visibile,e la crisi economica peggiorò.

Per venire a capo della situazione,Filippo non trovò altra soluzione che quella dettata dalla disperazione:imporre le tasse al clero.

Il clero,in Francia,era esentato dal pagamento dei tributi,e si sostentava con il sistema delle decime e delle donazioni.

Filippo impose la tassazione sui beni posseduti dalla chiesa,suscitando le proteste immediate del pontefice Bonifacio VIII,che emanò,nel 1296,una bolla durissima,la Clericis laicos, con la quale minacciava di scomunica chiunque avesse versato quanto dovuto alla chiesa nelle casse del re.

Filippo agì immediatamente:convocò gli stati generali e chiese,ai rappresentanti della nobiltà e del popolo,se la Francia doveva o no essere costretta a dipendere dal pontefice per le proprie questioni interne.

Ricevuto il pieno appoggio di clero francese,nobiltà e popolo,rispose con una lettera durissima al pontefice,che a sua volta reagì con la Unam Sanctam,nella quale ribadiva la superiorità della chiesa sul potere regale.

La situazione degenerò quando Filippo,scomunicato di fatto da Bonifacio VIII,mandò a Roma i suoi rappresentanti,capitanati da Nogaret,per arrestare il papa.

Fu in quell’occasione che si verificò il celebre episodio dello schiaffo di Anagni,in cui il nobile Sciarra Colonna arrivò a prendere a ceffoni il papa.

Episodio che forse non si verificò nei termini tramandati da alcuni storici dell’epoca,ma che comunque fu gravido di conseguenze;Bonifacio VIII,umiliato a morte,pur liberato da un’insurrezione popolare,morì di li a poco.

Il capolavoro politico Filippo lo realizzò con il Conclave che segui la morte di Bonifacio;con minacce,blandendo gli indecisi,con la corruzione,Filippo riuscì a far eleggere papa Bertrand de Got,che salì sul trono di Pietro con il nome di Clemente V.

Con l’elezione di una sua creatura ,Filippo si assicurò il controllo della massima autorità ecclesiale,e,a scanso di equivoci,convinse il pusillanime Clemente a trasferire la sede papale da Roma ad Avignone,dando inizio alla cattività avignonese.

Rimanevano insoluti tutti i problemi economici delle casse reali;nonostante i soldi provenienti dalle tasse imposte al clero,il fisco era in dissesto.

A nulla servì l’infame caccia al denaro ebreo,che portò ad una fuga di massa di cittadini di religione ebraica dal paese.

Il re aveva utilizzato tutte le risorse in suo possesso per rastrellare denaro;aveva ottenuto ingenti prestiti da banchieri italiani,che non era più in grado di restituire.

Aveva,inoltre,grossi debiti con la principale banca privata di Francia,quella gestita dall’ordine dei Templari.

E furono le ricchezze dell’ordine,i loro possedimenti e le loro terre l’estrema ratio di Filippo.

L’Ordine del tempio era non solo ricchissimo e creditore del re,ma anche uno stato nello stato,grazie allo status speciale che avevano i cavalieri Templari,che in pratica non solo non pagavano tasse,ma rendevano conto solo al papa in persona di tutte le loro attività.

Filippo capì che l’unica soluzione per eliminare l’ordine e impadronirsi del loro denaro era intentare un processo ai Templari;non un processo qualsiasi,ma un processo che doveva condannarli per un reato tale per cui nemmeno la chiesa avrebbe potuto difenderli.

Grazie ad un Templare espulso dall’ordine,Filippo,tramite la sua anima dannata Nogaret,fabbricò prove che dimostravano come i Templari si fossero macchiati di reati abietti,come l’eresia,lo spergiuro,di praticare riti demoniaci.

Reati non contro lo stato,quindi,ma contro la chiesa.

Clemente V si mostrò titubante,tanto le accuse erano risibili e non dimostrate.

Ma doveva a Filippo la sua elezione,e avallò il tutto.

Il processo terminò con l’ovvia condanna dei Templari,che furono quasi sterminati da roghi ed esecuzioni.

Filippo potè quindi arrogarsi il diritto di “custodire”,per conto del papa,le ricchezze del Tempio.

L’episodio che macchiò ancor di più il nome di Filippo avvenne dopo la soppressione dell’ordine.

Un giorno diede ordine di esumare il corpo di fratello Hubert,l’architetto e costruttore della torre centrale del tempio di Parigi e lo fece dare alle fiamme.

Un gesto di crudeltà e barbarie incomprensibile.

Filippo IV morì improvvisamente nel 1314,pochi mesi dopo Nogaret e Clemente V,per un incidente di caccia;venne disarcionato e incornato da un cinghiale.

Durante la rivoluzione francese,alcuni sconosciuti entrarono nel tempio di San Denis,a Parigi e si diressero verso la tomba  con il sarcofago del re Filippo,ne estrassero le ossa e le gettarono in una fossa,coprendola con la calce.

Peggior sorte capitò al simoniaco Clemente V,che morì misteriosamente qualche mese dopo il rogo di Pont Noeuf,in cui vennero arsi vivi De Molay e De Charny,ultimi maestri templari;nel 1577,durante una rivolta calvinista,altri sconosciuti penetrarono nel mausoleo di Clemente ,a Useste,prelevarono le ossa del pontefice e le bruciarono su una pira.

Anche in questo caso,come in quello delle loro misteriose morti,si allunga l’ombra della vendetta di qualche lontano discendente dei cavalieri Templari.

 

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In ---> filippo iv il bello
lunedì, 28 maggio 2007 - 07:15



Dopo la morte di Gesù i cristiani suoi seguaci conservarono memoria del posto dove era avvenuta la crocefissione,e vi eressero un piccolo tempio.

Con la distruzione di Gerusalemme,ad opera dell’imperatore Tito,quasi tutti i luoghi di culto,sia ebraici che cristiani vennero rasi al suolo;sotto l’imperatore Adriano il Santo sepolcro venne coperto da un tempio dedicato alla divinità pagana Venere.

Con Costantino la religione cristiana diviene religione di stato e lo stesso imperatore decide di cercare il luogo dove venne sepolto Gesù,e ,spinto soprattutto da sua madre,Elena,vero motore dell’avvicinamento di Costantino alla religione cristiana,decide di mandarla a Gerusalemme,alla ricerca del sepolcro.

Abbiamo numerosi riscontri storici del viaggio di Elena,quasi tutti concordi in alcuni aspetti,anche se abbondantemente infarciti di aneddoti leggendari.

Secondo Socrate scolastico,la regina arrivò a Gerusalemme e grazie alla sua fama di donna pia e onesta riuscì quasi subito a farsi aiutare dalla comunità cristiana della città nella ricerca del Sepolcro.

Che venne individuato sotto il tempio di Venere.

Elena diede ordine di radere al suolo il tempio,e così,mentre si scavava,vennero fuori le tre croci su cui Gesù e i suoi compagni di sventura vennero crocefissi.

La leggenda narra che Elena,per provare quale delle tre fosse la croce di Gesù,fece toccare una donna gravemente malata da ognuna delle tre croci;una di esse guarì istantaneamente l’ammalata,e divenne una reliquia importantissima.

La storia è riportata,con qualche modifica che non inficia il risultato finale,dagli storici Socrate,Teodoreto e Sozomeno.

Abbiamo anche un riscontro storico relativo alla costruzione della basilica del Santo Sepolcro,che risultava esistente già nel 335,come narrato da Cirillo di Gerusalemme,e del culto dei devoti verso la croce e i chiodi della crocifissione,anche questi rinvenuti durante lo scavo e portati da Elena nella chiesa del Santo Sepolcro,in un reliquiario d’argento.

Con i chiodi Elena rinchiuse nel reliquiario parte del legno della croce,mentre la parte più grande la portò con se a Costantinopoli;il reliquiario era particolarmente venerato,e molti viaggiatori dell’epoca lasciarono testimonianze della sua ostensione durante le feste più importanti dell’anno.

La storia di questo reliquiario diventa appassionante dal 614,quando Cosroe conquista Gerusalemme e porta via il tutto,che sarà recuperato da Eraclio,sovrano di Costantinopoli e riportato poi  Gerusalemme,in poca incerta.

L’acuirsi dei conflitti con gli islamici convinse la comunità cristiana di Gerusalemme a nascondere la preziosa reliquia,che riemerse durante la prima crociata;per quasi cento anni divenne una sorta di talismano dell’esercito crociato di Terrasanta,tanto da essere portata da un sacerdote alla testa dell’esercito.

Nel 1187 però,nel corso della battaglia di Hattin,l’esercito cristiano venne sconfitto e massacrato da quello guidato da Saladino.

Da quel momento del reliquiario si perse ogni traccia; saranno i soliti Templari a recuperarlo,secondo fonti interne al tempio,non confermate storicamente.

Del reliquiario non si sentirà più parlare,se non attraverso testimonianze indirette,che lo diranno presente nel tesoro dei templari,sfuggito alla razzia di Filippo IV il Bello.

Ma la parte più cospicua della Croce di Gesù era stata portata,come abbiamo visto,a Costantinopoli da Elena, dove era stata rinchiusa in un reliquiario tempestato di pietre preziose.

Nel corso della IV crociata Costantinopoli venne assaltata dall’esercito crociato,che la saccheggiò;

i cavalieri crociati si impadronirono di un bottino immenso,fra i quali c’era anche il reliquiario della croce.

La croce venne smembrata e ridotta in piccole parti,che diventarono preziosi reliquiari per i cavalieri principi e nobili che se ne impadronirono.

Attraverso delle donazioni che si susseguirono nel corso dei secoli ,le chiese europee più importanti della cristianità entrarono in possesso di frammenti più o meno grandi della croce.

Notre dame,Santa Croce in Gerusalemme in Roma e altre avevano tutte il loro frammento di croce,che provengono,secondo studi autorevoli fatti in contemporanea sulle diverse chiese e sui diversi frammenti,da un unico legno di ulivo originario.

Segno che,storicamente,la croce frammentata era la stessa.

 

 

 

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In ---> croce di gesù
sabato, 26 maggio 2007 - 07:20

Con la storia di Clemente V inizia un ciclo di piccoli articoli dedicati all'Ordine dei Cavalieri del Tempio,i Templari.
Sono storie di eventi e personaggi che hanno avuto un ruolo preminente nella storia bicentenaria dell'Ordine,misteri e leggende legate ad un gruppo di monaci cavalieri che ancora oggi rappresenta un'enigma per gli studiosi.

Clemente V,il papa che distrusse l'Ordine

C’è una storia della chiesa poco conosciuta,se non dagli storici,dagli studiosi,dagli appassionati;da addetti ai lavori,in definitiva.

Questa storia è fatta di personaggi dalla moralità dubbia,gente infida e simoniaca,opportunisti,che arrivarono a ricoprire incarichi importanti in un’istituzione fondamentale,come la chiesa cattolica,che in 2000 anni ha controllato,spesso manovrato,fede e coscienze.

Una delle persone più discusse e discutibili,che arrivò ad essere papa,grazie alla simonia e all’appoggio di un altro losco figuro del medioevo,Filippo IV detto il Bello,è Bertrand de Got,che salì sul trono d Pietro con il nome di Clemente V.

I brevi cenni storici antecedenti alla sua elezione ci dicono che nacque in Gironda,in Francia,nel paese di Villandraut nel 1260.

Divenne vescovo di Comminges,subito dopo aver finito gli studi canonici,carica che ricoprirà dal 1295 al 1299.

Nel 1305 ecco il grande salto.

Filippo IV,detto il Bello per quelli che erano i canoni estetici dell’epoca,ma che passerà alla storia con il soprannome di re falsario,fu l’artefice principale della sua elezione.

Era da poco morto Bonifacio VIII,un altro papa dalla figura morale assolutamente deprecabile;nemico giurato del re francese,aveva tentato di opporsi alla legge che toglieva alla chiesa i beni posseduti in Francia,ed era stato dapprima catturato e rinchiuso ad Anagni,ed in seguito,malmenato e deriso,era morto di crepacuore nel 1303.

L’elezione del francese Bertrand de Got era stata fortemente voluta da Filippo,che aveva bisogno di uomini di fiducia all’interno della chiesa,che controllava,comunque,un esercito di fedeli e credenti,che avevano un peso politico non indifferente.

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