lunedì, 30 aprile 2007 - 10:03



Chi si imbatte nella figura di Nicolas Flamel,alchimista e filantropo,vissuto a cavallo tra il 1330,data della sua nascita a Pontoise,e quella della sua presunta morte,avvenuta nel 1418 a Parigi,pensa di trovarsi davanti ad una figura leggendaria,creata ad uso e consumo dei coltivatori dell’occulto,dei misteri più estremi.

Non è così,perché la figura di Flamel è documentata storicamente,al punto da risultare uno degli enigmi più inestricabili di sempre.

A cominciare dalla sua tomba,trovata,subito dpo la sua morte, misteriosamente vuota.

O dalla sua ultima abitazione, in rue de Montmorency,al numero 51,ancora in piedi a distanza di sei secoli.

O partendo da un altro punto fermo della sua vita,il matrimonio con Pernelle,la compagna che lo seguì come un’ombra,una ricca vedova che gli permise di entrare nella buona società,visto che Flamel non era altro che un modesto copista nato da una famiglia che più che farlo studiare altro non fu in grado di fare.

La storia di Nicolas diventa importante in una notte,quando nasce la leggenda,mista a realtà,della sua visione di un angelo che gli dice: "Guarda bene questo libro, Nicholas. All’inizio non comprenderai niente di esso, né tu né altri uomini. Ma un giorno vedrai in esso quello che nessun altro uomo sarà capace di vedere."

Siamo nel 1357,e Flamel,grazie al suo sogno profetico,si imbatte per caso in un venditore,sul cui banco c’è un libro.

E’ un libro strano,con legature in ottone,scritto con caratteri sconosciuti.

L’unica parte decifrabile è il frontespizio,che recita testualmente: Abramo l’Ebreo, Prete, Principe, Levita, Astrologo e Filosofo alla nazione degli ebrei dispersa in Francia (o fra i galli) dall’ira di Dio, augura Salute.

Per anni Flamel si arrovellò sul libro,cercando di carpirne insegnamenti,che sembravano spaziare tra alchemia e Cabbala ebraica.

Si,perché la lingua misteriosa in cui era scritto altro non era che l’ebraico,con i suoi curiosi arabeschi,le strane consonanti.

Flmael ci perde le notti,sul libro.

Ma non fa grandi progressi e così decide di cercare qualcuno esperto di Cabbala,e lo trova nella persona di Maestro Chances,che lo segue a Parigi e lo aiuta nella decifrazione del libro,con l’aiuto della fida Pernelle,che nel frattempo ha mandato avanti,con successo,la copisteria che la coppia possiede.

Lo studio del libro misterioso porta Flamel a conoscere qualche antico segreto perduto.

E ad esso potrebbe essere attribuita l’improvvisa ricchezza dell’uomo..

Poichè non c’è documentazione sull’origine della sua ricchezza,possiamo pensare,speculando,che il libro lo abbia portato alla trasmutazione alchemica,probabilmente alla povere di proiezione,quindi alla mitica Pietra filosofale,la sostanza alchemica in grado di trasformare “il vil metallo in oro”

Flamel dispone di grosse somme;e le usa per fare beneficenza.

Restaura chiese,contribuisce alle spese per la gestione di ospizi,dona soldi a ospedali ed enti,in pratica diviene una figura nota più per la sua filantropia che per le sue arti “magiche”

Ovviamente una tale ricchezza non può passare inosservata,e suscita ammirazione certo,ma anche invidia.

C’è chi mormora che Flamel si sia arricchito non con l’alchimia,ma con speculazioni legate alla gestione dei beni degli ebrei espulsi,o che sia dedito all’usura,o ancora che abbia gestito con oculatezza e intelligenza i beni della moglie.

Ma sono solo supposizioni.

Flamel  muore nel 1419,all’età di 89 anni.

Alla sua morte,la fama oscura che lo circonda,alimentata dalle voci sulla sua ricchezza,spingono molti loschi figuri alla ricerca della reale fonte della sua fortuna.

Così vengono depredati oggetti a lui appartenuti,viene spogliata la sua casa,e viene messa a soqquadro la sua tomba,dove però il corpo non c’è.

La chiesa di Saint Jacques la Boucherie,dove era situata la tomba,venne distrutta durante la rivoluzione francese ;stessa sorte capitò alla tomba di Flamel,della quale si salvò solamente la lapide,che verrà ritrovata fortunosamente in un negozio antiquario.


Una vicenda,quella di Flamel,che è piena di lati oscuri.

A cominciare dal famoso libro di Abramo l’ebreo,mai più rinvenuto,e dal quale l’alchimista potrebbe aver ricavato formule segrete;l’unico ad assomigliare,quanto meno nelle illustrazioni,al manoscritto misterioso è il Figures Hieroglyphiques d’Abrahm Juif,conservato a Parigi.

Ma è una traccia labile.

Flamel non rivelò mai il contenuto del manoscritto,limitandosi a qualche racconto su di esso,fra i quali quello di cui parlavo all’inizio,per giustificarne il possesso;forse per depistare chiunque volesse mettersi alla ricerca della sua fortuna,o forse perché effettivamente le formule del libro erano pericolose per i non iniziati.

Altro punto controverso è la sua morte.

Come abbiamo visto,non si trovò traccia del corpo:forse i predoni che spogliarono la sua tomba ne distrussero la salma,o forse non vi fu mai seppellito.

All’epoca di Luigi XIV venne mandato un archeologo in Oriente,per alcune ricerche storiche.

L’uomo al ritorno raccontò di aver avuto uno strano incontro con un filosofo,che gli aveva raccontato di aver conosciuto Flamel e la moglie,e che questi ultimi,a distanza di tempo,giravano il  mondo grazie alla scoperta dell’elisir di lunga vita,la cui formula era contenuta nel libro di Abramo.

Leggenda o no,il mito di Flamel varcò le soglie del tempo.

Lo stesso cardinale Richelieu,l’eminenza grigia di Francia,cercò i segreti di Flamel,sia nella sua casa,sia nella sua tomba:fu difatti in questo periodo che si diffuse la voce della scoperta del sarcofago vuoto.

Forse Richelieu ebbe tra le mani il misterioso libro,ma non potè mai utilizzarlo,per la sua assoluta impenetrabilità:solo un iniziato come Flamel era riuscito a carpirne i segreti.

Una storia dai contorni sfuggenti,in definitiva.

I punti fermi ci sono,è vero.m possono essere letti in più chiavi.

Forse Flamel davvero trovò la pietra filosofale,o forse,più semplicemente,tutta la sua storia,la sua leggenda,altro non sono che un percorso iniziatico tipico degli alchimisti medioevali.

Un cammino spirituale teso a superare la materia e ad elevarla al rango di spirito.

 

 

 

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In ---> nicolas flamel
lunedì, 30 aprile 2007 - 07:10



Nel credo egizio riguardante la vita ultraterrena una parte importante era riservata all’uso di un libro riguardante formule accompagnatorie per l’anima (il ka) e il corpo del defunto,nel suo viaggio verso l’aldilà.

Questo libro era indicato,generalmente,come il Libro dei morti.

Nel libro c’erano formule d’aiuto per il defunto:sul come comportarsi davanti al gran dio Osiride,colui che avrebbe giudicato la condotta del morto dal peso del suo cuore,operazione fatta con una bilancia ed eseguita materialmente dal dio Anubi,che posava il cuore sui piatti della bilancia,decidendo il destino della persona.

Questa usanza seguì quella molto più antica di decorare le pareti delle tombe con affreschi riguardanti i vari processi a cui veniva sottoposto il defunto,unitamente a formule magiche e preghiere al dio;anticamente assieme agli affreschi,la tomba veniva riempita di oggetti utili per la vita nell’aldilà.

Questa usanza restò,ma unitamente alle decorazioni,vennero aggiunte scritte su papiro,che in alcuni casi costituivano vere e proprie raccolte di esortazioni e preghiere,che diventarono in breve famose con il termine Libro dei morti.

Si possono identificare tre passaggi storici dell’uso del Libro dei morti:

-il primo riguardò i Testi delle piramidi,ovvero l’uso di scrivere le formule magiche,unitamente alle gesta da vivo del soggetto,direttamente sulle apreti delle camere sepolcrali,cosa evidentemente riservata a faraoni,regine e dignitari;

-il secondo che consistette nel decorare i sarcofaghi dei defunti con le stesse frasi rituali,cosa che allargò sensibilmente l’utilizzo a dignitari di rango inferiore e borghesia;

-il terzo portò molti defunti ad avere nella propria sepoltura,ricca o povera che fosse,un piccolo papiro contenente i rituali e le preghiere per Osiride.

Il libro dei morti aveva un’importanza capitale per il defunto. quando il ka arrivava davanti al gran dio dei morti,e la sua anima veniva pesata,se il defunto veniva giudicato positivamente,aveva bisogno di occupare un posto che rispecchiasse quello che aveva avuto sulla terra.

Perciò era necessario avere con se oggetti che aveva usato sulla terra,che lo aiutassero anche nell’aldilà.

Era per questo motivo che gli egizi venivano seppelliti con vasellame,cibo e oggetti vari;accanto al corpo venivano poste le ushabti,le statuette raffiguranti il defunto o anche un qualsiasi dio,con lo scopo di sostituire il defunto nei lavori più ingrati.

Poteva accadere che il giudizio del Dio non fosse benevolo:in questo caso il ka del defunto veniva condannato ad atroci torture,o nei casi migliori,a vagabondare nell’oscurità preda della fame e della sete,una versione antichissima dello spirito,in definitiva.

Il libro dei morti non si limitava,peraltro,alle preghiere:conteneva indicazioni sul come superare i numerosi pericoli del viaggio verso l’oltretomba,spiegava come imparare a respirare,a mangiare,come ricevere le offerte dai vivi e soprattutto a far vivere le ushabti,in modo da trasformare il soggiorno nell’aldilà in una vita tranquilla e beata.

Alcuni di questi testi sono capolavori artistici ricchi di splendide decorazioni,come quello in possesso del museo egizio di Torino.

In esso c’è la spiegazione completa sul come uscire alla luce del giorno,è descritto il funerale del defunto in maniera capillare ed è un testo fondamentale per capire la complessa struttura del credo sull’oltretomba degli egizi.

 


 

 

 

 

 

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In ---> il libro dei morti
sabato, 28 aprile 2007 - 16:08



Lo Jutland comprende la parte continentale della Danimarca,ed è in pratica una penisola al nord dell’Europa.

In una zona paludosa,a Tollund,una mattina del 1950 ,ad alcuni contadini,intenti ad estrarre e lavorare torba,capitò di fare uno strano e macabro ritrovamento.

Un uomo giaceva rannicchiato,con un cappio sul collo,ma,inaspettatamente,con un aspetto sereno sul volto.

La polizia del posto ,che avrebbe dovuto indagare su quello che,a tutti gli effetti,sembrava un omicidio,prese il corpo e lo affidò al dottor Glob,esperto in usi e costumi delle popolazioni nordiche.

Il quale,dopo una breve analisi,disse che il corpo giaceva tra la torba  da circa 2000 anni.

L’atteggiamento della polizia non deve sorprendere:erano ormai molti i ritrovamenti avvenuti nella zona,di corpi che presentavano tutti le stesse caratteristiche:mummificazione quasi perfetta,colorito del corpo tendente al color cuoio,capelli in sede,nel cuoio capelluto.

Quello che caratterizzava il ritrovamento di Tollund,rispetto ai precedenti,era l’impressionante perfezione del processo di mummificazione.

Non artificiale,ma dovuto esclusivamente a cause naturali.

Nel corpo vennero trovati,in seguito ad un’autopsia accurata,i resti dell’ultimo pranzo dell’uomo:una minestra di cereali,fatta con molte granaglie differenti,e con semi di fiori di campo.

La particolarità più importante era data,comunque,dalla presenza del cappio sul collo,che non era stato rimosso.

Chi aveva ucciso o giustiziato l’uomo?

Si trattava di un caso di giustizia,e quindi l’uomo era un assassino o un disertore,oppure si era di fronte ad un vero e proprio sacrificio umano?

Il dottor Glob,dopo aver analizzato attentamente il corpo,dopo aver analizzato le varie storie e leggende locali,giunse alla conclusione che non si trattava di una vittima della giustizia,ma probabilmente di un vero e proprio sacrificio umano,legato ai riti della fertilità,probabilmente per auspicare una primavera veloce e feconda.

L’uomo di Tollund non era l’unica vittima di questi oscuri riti:a Grauballe,nel 1952,si rinvenne un altro copro mummificato che presentava segni di morte violenta;in questo caso l’uomo non era stato impiccato,ma sgozzato,con un taglio che partiva dall’orecchio destro per arrivare al sinistro.

Si rinvenne anche il copro di una donna di circa 50 anni,che probabilmente era stata affogata nelle paludi.

E ancora corpi di gente quasi decapitata,o uccisa a bastonate.

Tutte morti violente.

Le ipotesi del dottor Glob sono oggi unanimemente accettate:le autopsie effettuate con apparecchi recentissimi,come Tac e RMN,analisi comparative sui corpi,permettono di confermare molti punti di contatto fra i corpi.

Che sono la dimostrazione storica di un oscuro passato,violento e misterioso.

 

 

 

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In ---> uomo di tollund
sabato, 28 aprile 2007 - 08:02



John Dee,astronomo,negromante e alchimista,nonché matematico,visse durante l’epoca di Elisabetta I,della quale divenne consigliere e astrologo di fiducia,nonostante la pessima fama che lo caratterizzava.

A lui è legata una leggenda riguardante una Mano di Gloria speciale,il Sigillum Emeth.

La mano di Gloria era un oggetto dai poteri magici,secondo il credo popolare dell’epoca,nella quale veniva bruciata una candela ottenuta sciogliendo la mano destra di un delinquente,o anche di un piccolo nato morto,dalla quale si ottenevano fumi capaci di paralizzare l’incauto che la guardava o che si trovava nelle vicinanze.

Nelle cronache dell’epoca non è raro imbattersi in processi di assassini rituali commessi ai danni di donne incinte per strappare loro il feto,da utilizzare per la costruzione di questo diabolico oggetto.

Il Sgillum Emeth era la Mano più potente mai creata,e probabilmente fu utilizzata anche dal vecchio amico di Dee,Edward Kelley,che però raccontava di aver avuto la sua nientemeno che da Uriel,la fiamma di Dio,ovvero l’arcangelo citato anche da Milton nel suo Paradiso perduto.

Se prendiamo per buona l’identificazione del Sigillum Emeth di Dee con quello di Kelley,possiamo andare al British e vederla dal vivo:fa parte della collezione di quel museo.

Kelley però sostenne che la sua non aveva nulla a che vedere con quella di Dee,che sarebbe scomparsa subito dopo la sua morte.

Il Sigillum Emeth di Kelley aveva inoltre un’altra particolarità:stando alle parole del negromante,era in grado di spalancare le porte dell’aldilà e di permettere di comunicare con i defunti.

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In ---> il sigillum emeth
venerdì, 27 aprile 2007 - 07:06


Un’analisi seria sul fenomeno delle crociate deve prendere in esame più situazioni,più motivazioni e in fine più argomentazioni,che non siano precostruite sulla base di un’interpretazione volta alla condanna di quello che fu un fenomeno a più facce,religioso,economico e sociale.

 

L’Europa del XII secolo era pervasa da fermenti di ogni genere.

La motivazione principale,tuttavia,era data dalla necessità di fermare l’espansione dell’Islam che minacciava ormai l’impero bizantino,oltre alla fortissima spinta data dalle vicende della Reconquista,che dall’VIII secolo aveva arginato la conquista araba in Spagna.

Due ordini di fattori a cui va aggiunto quello che diede la spinta decisiva alla costituzione della prima Crociata,il fattore religioso.

Da molti anni i preti,i papi e l’apparato ecclesiale,era mobilitato in una sensibilizzazione delle coscienze sulla necessità spirituale di liberare il Santo Sepolcro dal dominio dell’Islam:e su questo si andavano ad innestare i vari fattori menzionati precedentemente,e quindi la necessità di dare uno sbocco alle ambizioni della nobilta’,ritornata in auge dopo la dissoluzione dell’impero carolingio,quella di rispondere concretamente alla crescita impetuosa della popolazione in Europa,e infine uno sbocco commerciale importante per quelle città che vivevano la loro economia sul mare,come nel caso delle repubbliche marinare.

Accanto a queste pulsioni si verifica un fenomeno nuovo:la nascita delle milizie religioso-militare,prime fra tutte quella dei Templari e dei cavalieri Teutonici.

Va smentito,con vigore,il teorema che vuole le Crociate come un affare lucroso;non lo furono.

L’organizzazione militare della crociata era estremamente svantaggiosa,economicamente;preparare un esercito,equipaggiarlo,finanziare i cavalieri e i trasporti e infine muovere masse enormi di soldati rovinò moltissime economie,e i saccheggi,che peraltro furono praticamente concentrati nella prima,vittoriosa crociata,non coprirono di certo le spese per l’organizzazione.

Le crociate ebbero una specie di prologo fallimentare con quella indetta dal predicatore Pier l’Eremita nel 1096,che portò al massacro la quasi totalità dei partecipanti:partiti senza equipaggiamento,armati solo della fede,benedetti da Papa Urbano II,i proto crociati si arenarono davanti Costantinopoli,dove,uccisi senza pietà dai Turchi,piagati da malattie,febbri e fame,si dissolsero nel nulla.

La notizia del disastro funzionò da detonatore:l’indignazione per il massacro montò come una marea,e si aggiunse ad un forte sentimento anti islamico,che,come abbiamo visto,aveva le sue origini nelle predicazioni per la liberazione del santo sepolcro e nel desiderio di rivincita innestato dalla Riconquista.

Un genuino sentimento religioso,promosso anche dalle parole del papa,che prometteva l’indulgenza da ogni peccato passato e da ogni peccato commesso in difesa della croce,venne amplificato e si trasformò ben presto in una massiccia adesione al programma di conquista della Terrasanta.

Alle parole di Urbano II risposero i capi più importanti degli stati europei,ma soprattutto i nobili più valorosi: Raimondo IV di Tolosa, Baldovino di Fiandra, Goffredo di Buglione, Boemondo di Taranto e Tancredi d'Altavilla risposero con sincero ardore alla chiamata alle armi.

Sicchè si formò,nel 1096,presso Costantinopoli,il grosso dell’esercito che avrebbe tentato la conquista di Gerusalemme;li,nel maggio del 1097,dopo l’alleanza stretta con Alessio I Comneno,l’esercito si radunò,pronto alla guerra.

In pochi mesi i crociati demolirono l’esercito ottomano,prendendo Antiochia e isolando,in pratica,Gerusalemme.