
Bartolomeo de Las Casas
Come già detto più volte nel corso degli articoli precedenti,la conquista dell’America se da un lato aprì definitivamente le porte ad una prima globalizzazione ante litteram dall’altro si trasformò in un incubo senza fine per le popolazioni indigene,che subirono uno dei genocidi più gravi della storia dell’uomo.
Un genocidio portato avanti senza scrupoli,aggravato poi da componenti non previste,come la morte di centinaia di migliaia di indigeni per colpa di malattie che erano sconosciute sul continente americano.
Ma va da se che le responsabilità maggiori le ebbero gli uomini,incarnatisi nei panni dei conquistadores,gente spesso senza scrupoli,che depredò,assassinò,violentò in un crescendo senza controllo le popolazioni locali;in alcuni casi alcuni ceppi etnici furono letteralmente spazzati via,tanto che quando in epoca moderna gli archeologi hanno tentato una prima sommaria ricostruzione della storia delle popolazioni locali,spesso si sono imbattuti in civiltà assolutamente sconosciute.

Un’altra componente importante nella distruzione della cultura autoctona era rappresentata dalla intolleranza religiosa,di cui si rese responsabile la chiesa cattolica,con le assurde e inumane dichiarazioni sugli indios,considerati privi di anima,dei selvaggi senza Dio,idolatri e pagani.
Uomini come Diego De Landa contribuirono in maniera determinante all’eclisse delle civiltà americane,attraverso i folli autodafé,in cui vennero bruciati codici e libri che contenevano il sapere delle civiltà indigene.

Massacri di intere popolazioni,ma non solo;atti di violenza gratuita,cieca e bestiale,ai danni di indios spesso pacifici,stupri,violenze su donne e anziani,su bambini. Non ci fu atto di bassezza umana che i conquistadores non abbiano applicato a gente che spesso accoglieva gli spagnoli come dei;e oggi,se sappiamo molto di quello che realmente accadde in quel periodo e in quelle terre,lo dobbiamo a persone come Bartolomeo De Las Casas,che vissero nei posti dove questi fatti atroci accaddero e che ci lasciarono testimonianza dell’accaduto.
Ecco un primo passo tratto dalla sua relazione sulla distruzione delle Indie occidentali,come erano ancora chiamate le nuove terre,un passo in cui c’è tutta l’ammirazione di un uomo colpito dalla semplicità della vita dei nativi,della loro bontà d’animo.
“Furono discoperte le Indie l'anno mille quatrocento novantadue. L'anno seguente andarono
ad habitarle Christiani Spagnuoli, di modo che sono quarantanove anni, che quantità di Spagnuoli
vi andarono: e la prima Terra nella quale entrarono per habitarvi, fù la grande e felicissima isola
Spagnuola, ch'à seicento leghe di circuito.
Vi sono altre Isole infinite, e molto grandi all'intorno da tutte le parti, ch'erano tutte, e noi
l'habbiamo viste, le più habitate, e piene di popoli Indiani loro naturali, che possa esser terra
popolata nel mondo.
La terra ferma, ch'è separata da quest'isola, per la parte più vicina poco più di duecento, e
cinquanta leghe, hà di costa maritima più di diecimila leghe discoperte, & ogni giorno se ne
scoprono più, tutte piene di genti, come un alveario d'api, in quello, che s'è discoperto fino all'anno
del quarantauno; si che pare, che Idiio abbia posto in quei paesi tutta, ò la maggior parte di tutto il
lignaggio humano.

Tutte queste infinite genti creò Iddio del tutto le più semplici, senza malitie, nè dupplicità,
obedientissime, fedelissime à i loro Signori naturali, & alli Christiani, à i quali servono, le più
humili, più patienti, più pacifiche, & quiete, senza contese, nè tumulti; non rissose, non querule,
senza rumori, senza odio, senza desiderij di vendetta, di quante siano al mondo.
Sono parimente le genti più delicate, deboli, e tenere di complessione, et che meno di
ciascun'altra possono sopportar le fatiche, e più facilmente si muoiono di qual si voglia infermità; sì
che ne anco i figliuoli de' Prencipi, e de' Signori frà noi altri, allevati in regali, et in vita delicata, no
sono più delicati di loro; ben che siano di quelli, che frà di loro sono di razza di contadini. Sono
anco genti poverissime, e che poco possedono, ò vogliono possedere di beni temporali: & perciò
non superbe, non ambitiose, non avare.
Il mangiar loro è tale; che non pare; che fosse più parco, nè manco dilettevole, & così
povero quello de i Santi Padri nel deserto. Il vestir loro è l'andar communemente ignudi, coperte le
vergogne; & al più si coprono con una coperta di bambagio, che sarà come una canna, & meza, ò
due di tela in quadro. I loro letti sono in cima d'una stuora, & al più dormono in certe cose come
reti pendenti, che nella lingua dell'isola Spagnuola chiamano Hamacas.

Sono parimente di puri, non impediti, & vivaci intelletti, molto capaci, e docili in ogni
buona dottrina, attissimi à ricever la nostra santa fede cattolica, & ad essere dotati di costumi
virtuosi, & che hanno manco impedimenti à quello di quante creò Iddio nel mondo.
E sono cosi importune, da che una volta cominciano ad havere notitia delle cose della
fede, per saperle, e nel frequentar li sacramenti della Chiesa, & il culto divino, che io dico il vero,
che li religiosi hanno bisogno per sopportarli d'esser dotati da Dio d'un dono di patienza molto
segnalato: e finalmente hò inteso à dire da molti Spagnuoli secolari da molti anni in quà, & molte
volte, non potendo negare la bontà, che in quelli vedono; certo queste genti erano le più beate del
mondo, se solamente conoscessero Iddio.
Frà queste mansuete pecorelle, dotate delle sopradette qualità dal loro Fattor, & Creatore,
entrarono gli Spagnuoli subito, che le conobbero, come lupi, tigri, & leoni di molti giorni affamati.
Et non hanno fatto altro da quaranta anni in quà; nè altro fanno al giorno presente; che lacerarle,
ammazzarle, affliggerle, tormentarle, e distruggerle, con le strane, e nuove, e diverse, e non mai più
viste, nè intese, nè lette, maniere di crudeltà: delle quali alcune poche di sotto si diranno, che
essendovi nell'Isola Spagnuola più di tre milioni di anime, che noi vedessimo, hoggidì non vi sono, dei popoli naturali di esse, ducento persone.”

Una frase terribile,l’ultima di Las Casas;è una prima denuncia del genocidio sistematico degli indigeni,che,come abbiamo visto,vivevano in una specie di Eden,come del resto segnalato da Colombo nella sua prima relazione dopo la scoperta dell’America.
Il sacerdote arriva a usare un’espressione forte,
”queste genti erano le più beate del mondo, se solamente conoscessero Iddio.”
ammettendo implicitamente anche i terribili danni fatti dalla civilizzazione di gente buona e pura.
Nel seguito della relazione troviamo già descritti in maniera critica i perché del genocidio:
“La causa, per la quale li Christiani hanno ucciso, e distrutto tante, e tali, e cosi infinito
numero, d'anime è stato solamente per haversi proposto per loro ultimo fine l'oro, & il colmarsi di
ricchezze in brevissimi giorni; & sormontar à gradi molto alti, e sproporzionati alle persone loro;
cioè; per l'insatiabile avaritia & ambitione c'hanno avuto: ch'è stata la maggiore, che potesse esser
nel mondo, per esser quelle terre tanto felici, e tanto ricche, e le genti tanto humili, tanto patienti, e
così facili da essere soggiogate: alle quali non hanno havuto più rispetto, nè fatto di loro più stima,
nè più conto (io parlo con verità, per quello che so, & ho veduto tutto il tempo predetto) non dico
che di bestie, perche piacesse à Dio, che come bestie l'haveressero stimate, e trattate, ma come, anzi meno, che lo sterco delle piazze.
A questo modo hanno havuto cura delle vite, e dell'anime loro: e perciò tutti li numeri,
& li milioni sopradetti sono morti senza fede e senza sacramenti. Et è verità molto notoria, e
comprobata, e confessata da tutti, sino da gli stessi tiranni, e homicidiarij, che mai gli Indiani di
tutte l'Indie non fecero alcun male alli Christiani: anzi gli stimarono come venuti dal Cielo, finche
prima molte volte essi, & i loro vicini non hebbero ricevuto dalli medesimi molti mali, ladrarie,
morti, violenze, & vessationi.”

Tra i motivi del genocidio c’è l’oro,naturalmente,c’è l’ambizione. Le parole di Las Casas sono commosse,e contengono l’amara constatazione che gli indigeni,gente buona e onesta,riconobbero come dei gli spagnoli,avendone in cambio solo morte e distruzione.
E’ un documento terribile,un atto d’accusa che assomiglia molto ai libri scritti su una tragedia dei giorni nostri,un altro genocidio consumato ai danni di un popolo,gli ebrei.
Continuiamo questo viaggio nell’orrore leggendo un altro passo drammatico dalla relazione di Las Casas:

“Nell'Isola Spagnuola; la qual fù la prima, come dicessimo, dove entrarono Christiani, dando
principio alle immense stragi, e distruttioni di queste genti; e la quale primamente distrussero, e
disertarono; cominciando li Christiani à levar le mogli; & e i figliuoli à gli Indiani per servirsene, e usar male di essi; e à mangiar le sostanze de i sudori, e delle fatiche loro; non contendandosi di
quello, che gli Indiani davano loro spontaneamente, conforme alla facoltà, che ciascuno haveva, la
quale è sempre poca; perche non sogliono tenere più di quello, che serve al bisogno loro ordinario,
& che accumulano con poca fatica; & quello, che basta à tre case, di dieci persone l'una, per un
mese, un Christiano se lo mangia, e lo distrugge in un giorno; & ad usare molti altr sforzi, violenze,e vessationi; cominciarono gl'Indiani ad accorgersi, che quegli huomini non doveano esser venuti dal Cielo.
Et alcuni ascondevano i loro viveri; altri le mogli & li figliuoli; altri se ne fuggivano alli
monti, per allontanarsi da gente di così dura, e terribile conversatione. Li Christiani davano loro
delle guanciate, de' pugni, e delle bastonate, mettendo le mani sino nelli Signori delle Terre. Et
arrivò questo à tanta temerità, e sfacciataggine, che un Capitan Christiano violò per forza la propria moglie al maggior Re, Signore di tutta l'isola.
Da questo fatto si mossero gli indiani à cercar maniere di cacciar li Christiani da i loro
paesi. Diedero di mano all'armi, le quali sono assai deboli, poco atte ad offendere, e poco forti, e
manco buone alla difesa: perloche tutte le guerre loro sono poco più che giuochi di canne, e anco
di fanciulli, in queste parti.
Li Christiani con i loro cavalli e spade, e lancie cominciano à far uccisioni, e strane
crudeltà in quelli. Entravano nelle Terre, nè lasciavano fanciulli, nè vecchi, nè donne gravide, nè di
parto, che non le sventrassero, e lacerassero come se assaltassero tanti agneletti posti nelle loro
mandre.
Facevano scommesse à chi con una cortellata fendeva un uomo in due pezzi, ò gli tagliava
la testa d'un colpo: ò gli discopriva le viscere. Pigliavano le creature dalle tette delle madri per li
piedi, e le percotevano con la testa nelle rupi. Altri le gittavano con le spalle ne i fiumi, ridendosi, e
burlando, e mentre cadevano nell'acqe dicevano, bollite corpo del tale. Altre creature mettevano à
fil di spada, insieme con le madri, e con tutti quelli, che si trovavano innanzi.
Facevano alcune forche cosi lunghe, che arrivassero quasi à terra con li piedi, e di tredici
in tredici in honore, e riverenza del nostro Redentore e delli dodici apostoli, mettendovi sotto legne,
e foco, gli abbruggiavano vivi.
Ad altri circondavano tutto il corpo di paglia secca legandovegli dentro, e attaccandovi il
fuoco; e cosi gli abbruggiavano. Ad altri, e erano tutti quelli, che volevano pigliar vivi, tagliavano
ambedue le mani; e gliele facevano portar attaccate; e dicevano: andate à portar lettere: cioè;
portate le nuove à quelle genti, che sono fuggite ne i monti.
Per ordinario uccidevano li Signori, e la nobiltà in questo modo.

Facevano alcune
graticole di legni sopra forchette, e ve gli legavano sopra, e sotto vi mettevano foco lento: onde
poco à poco, dando strida disperate in quei tormenti, mandavano fuori l'anime.
Io vidi una volta, ch'avendo sopra le graticole quattro, ò cinque principali Signori ad
abbrugiarsi, e anche penso, che vi erano due, ò tre paia di graticole, dove abbrungiavano altri, e
perche gridavano fortemente, e davano fastidio, ò impedivano il sonno al capitano, commandò che
gli strangolassero: il bargello, che gli abbruggiava, il quale era peggiore, che un boia; e so come
si chiamava, e conobbi anco i parenti suoi in Siviglia, non volle affogarli: anzi, con le sue mani
pose loro alcuni legni nella bocca, perche non si facessero sentire, e attizzò il foco finche si
arrostirono pian piano, com'egli voleva. Io vidi tutte le cose sopradette, e altre infinite.
E perche tutta la gente, che poteva fuggire, si serrava nelle montagne,e ascendeva nelle
ruppi, fuggendo da huomini tanto privi d'humanita, così empij, e così feroci bestie, estirpatori, e
capitali nemici di tutto il genere humano, avezzarono, & ammaestrarono alcuni cani da porci
ferocissimi, che vedendo un Indiano in un credo lo facevano in pezzi: e più volentieri
l'assaltavano, & se lo mangiavano, che se fosse stato un porco.”

E’ una cronaca degli orrori,tanto più importante perché scritta da un uomo super partes,un uomo sconvolto dal triste ripetersi di massacri e violenze ai danni di povera gente.
Chiudo questa prima analisi dei massacri perpetrati dagli spagnoli lasciando ancora una volta alla vivida penna di Las Casas il compito di descrivere l’infamia spagnola ai danni degli indigeni:
Fra l'altre infinite malvagità, che costui fece,(parla di un non meglio identificato governatore,NDR)
e acconsentì, che fossero fatte nel tempo,
ch'egli governò, una fù questa; che avendogli dato un Prencipe, ò Signore di sua volontà, ò per
paura, come è più verisimile, novemila scudi, non contenti di ciò, presero il detto Signore, e lo
legarono ad un palo, sentato in terra, e con li piedi distesi; e gli diedero il fuoco, perche egli
dovesse dar loro più quantità d'oro; & egli mandò à casa sua, e gli portarono altri tre mila scudi,
tornarono à dargli tormento, e non dando egli più oro, perche non ne aveva, ò perche non lo
voleva dare, lo tennero di quel modo fin tanto, che gli uscirono le midolle per le piante de' piedi, e
cosi morì. Et infinite volte ammazzarono, e tormentarono Signori in tal maniera per haver oro da
essi.
Un'altra volta andando una certa compagnia di Spagnuoli ad assassinare, giunsero ad un
monte, dove era ridotta, e nascosta molta quantità di gente, per fuggire da cosi pestilentiali, e
horribili operationi delli Christiani; e assaltandola d'improviso, presero settanta, ò ottanta donzelle,
e donne; havendo lasciato morti molti, che puotero ammazzare.
Il giorno dietro si messero insieme molti Indiani, e andavano dietro alli Christiani,
combattendo per l'ansia, ch'avevano delle loro mogli, e figliuole; e vedendosi li Christiani à stretti
termini, non volsero disfar la cavalcata; mà cacciarono le spade nel ventre delle donzelle, e delle
donne, e di tutte ottanta non ne lasciarono pur una viva. Gli Indiani, che per dolore si sentivano
romper le viscere gridavano, e dicevano: O tristi huomini, crudeli Christiani, voi ammazzate le Iras
(Iras chiamano in quel paese le donne) quasi dicendo, l'ammazzar le donne è segno d'huomini
abbominevoli, crudeli, e bestiali.
Lontano dieci, ò quindeci leghe da Panama vi era un gran Signore, che si chiamava Paris,
e molto ricco d'oro. Andarono là i Christiani, egli li ricevette, come se fossero suoi fratelli: donò
al capitano cinquanta mila scudi volontariamente. Parve al capitano, alli Christiani, che chi
donava spontaneamente quella quantità, doveva havere un gran tesoro; ch'era il fine, e la
consolatione delle loro fatiche. Dissimularono, e dicono, che vogliono partirsi: e tornarono verso
l'alba, & assaltano la Terra, che stava senza sospetto, e vi pongono fuoco, e l'abbruggiano.
Uccisero, et abbruggiarono molta gente, e rubarono altri cinquanta, ò sessantamila scudi, il
Prencipe, ò Signore fuggì, che non l'uccisero, ò lo presero.”
